19 giugno 2018

Il primo delivery robotico è cinese




Il colosso dell'e-commerce cinese JD. ha da ieri introdotto nel distretto di Haidian, a Pechino, un servizio di robot che provvedono alla consegna degli acquisti effettuati online. La decisione dopo la fine di un periodo di prova che ha dato risultati positivi, con una flotta di veicoli di diverse dimensioni che possono trasportarte fino a 30 pacchi ciascuno. I mezzi viaggiano su strade aperte alla circolazione alla velocità massima di 15 km/h e sono in grado di orientarsi e superare ostacoli imprevisti grazie al software già sperimentato e, secondo JD., a prova di errore. I clienti possono ricevere i pacchi sia digitando una password sulla tastiera posta sul veicolo, sia ricorrendo al riconoscimento facciale sia mediante una app sul telefono. Se questo sperimentazione pilota avrà successo, la società ha intenzione di diffondere il servizio in tutta la Cina.

Auto-comunicazione


Bene o male, purché se ne parli. Sembra decisamente questo l'obiettivo di Elon Musk, sorta di riciclaggio nel (suo) futuro di una delle abitudini più vetero del mondo dell'effimero. E così giù con i tweet al vetriolo su un non meglio precisato presunto colpevole di ogni malanno delle Tesla (??); siamo alle accuse di sabotaggio vero e proprio. E chi ci sarebbe dietro, le major? Credo proprio di no, a loro basta sedersi e aspettare. Certo che l'aver annunciato un taglio del 9% nei posti di lavoro non aiuta a creare un clima piacevole in azienda, specie se devi lavorare in una tenda. Già, perché la nuova linea produttiva è in allestimento all'aperto o meglio in una tenda (grande credo), una scelta dettata, secondo Musk, dalla rapidità con cui il processo può aver luogo. La linea sarà destinata alla Model 3 AWD, la versione più costosa di quella che era nata come auto più economica del brand e che ora lascia i numerosi sottoscrittori in una lista di attesa che si allunga (in senso temporale) sempre più. La produzione di questa short range model, l'auto da 35.000 $ per intenderci, inizierà infatti solo dopo che l'obiettivo delle 5.000 auto alla settimana sarà raggiunto; quindi, basandosi sulle stime (realistiche) attuali, campa cavallo. Ma per fronteggiare i reclami sarà sempre pronto un attacco alla stampa cattiva e non preofessionale, oppure un tweet sull'ultimo successo di Hyperloop o ancora qualche nuova foto della Roadster tra le stelle. L'importante è tirare avanti e lo sanno bene gli speculatori, che amano chi agita le acque della finanza.

18 giugno 2018

Un'altra Tesla va arrosto


Ormai ho perso il conto. Con l'incendio della S del regista Michael Morris ieri a Los Angeles (l'immagine è tratta dal video girato dalla moglie, l'attrice Mary McCormack, e pubblicato sui social) tra incidenti censiti e misconosciuti le Tesla che sono andate incontro a problemi seri sono ormai tante. Difficile continuare a sostenere si tratti di problemi di gioventù perché le Model S, le più diffuse del marchio datano ormai dal 2012. E in 6 anni i difetti di preserie dovrebbero essere risolti. Se questo sono. Ma se si tratta di singolarità insite nel progetto le cose sono diverse e non si può parlare di risoluzione ma piuttosto di accettazione. Accettare che un Autopilot funzioni sempre in sicurezza, ma anche no, accettare che viaggiare con più di mezza tonnellata di un alcalino assai vicino agli esplosivi quanto a reattività con l'acqua sotto il sedile sia normale. Ricordo che al Politecnico il professore di Protezione e Sicurezza degli impianti nucleari mi diceva che l'incidente di riferimento per un reattore PWR era la rottura di una tubazione del circuito primario di raffreddamento con disallineamento dei due tronconi e doppia perdita di portata. Quando gli feci notare che secondo me il riferimento avrebbe dovuto essere la fusione del nocciolo, mi rispose che secondo i calcoli della Westinghouse ciò non era possibile. Poi c'è stata Chernobil, anche se con un reattore di tipo diverso. Ecco, io da vetero-tecnico credo ancora nel nucleare, ma ritengo anche che per fare una scelta responsabile si debba sapere sempre tutto, bianco e nero. Beh, più passa il tempo e più mi convinco che sulle auto elettriche le cose non stiano esattamente così.

La guerra santa del terzo millennio


L'arresto di Rupert Stadler, ad Audi, arriva a due anni dallo scoppio del Dieselgate ma è legato a filo strettissimo alla vicenda nata in Usa e arrivata poi da questa parte dell'Atlantico. Con avviamento tardivo ma enorme quantità di moto (massa x velocità), la giustizia tedesca, che in questo procedere lento ricorda molto la nostrana, ha deciso che esisteva una concreta possibilità di inquinamento delle prove e ha quindi fatto scattare il provvedimento restrittivo. Tutto ciò, insieme alla recente reprimenda nei confronti di Mercedes in pratica sullo stesso argomento, mette in luce un netto cambiamento di posizione nei confronti del Diesel pure nella nazione che ne ha prodotto il maggiore successo di vendite e interesse nel mondo intero. Un cambiamento che sa più di repressione che di accomodamento, pratica usuale fino a pochissimo tempo fa da parte della cancelleria, ma che, con il tipico teutone buttarsi a capofitto nelle situazioni senza averne previsto le evoluzioni concrete, potrebbe causare solo danni all'intero mondo industriale senza peraltro generare alcunché di positivo per l'ambiente. Questa sorta di coscienza ecologista trans-continentale è infatti fine a sé stessa e nell'individuare un solo colpevole risulta miope e inane, mentre la nascente industria dell'elettrico è spinta con veemenza dai capitali cinesi, che sognano il ribaltone energetico e intravedono la possibilità di prendere il posto degli arabi nella gestione mondiale dell'energia legata ai trasporti. Le favole sulla produzione pulita della corrente non incantano nessuno e la semplice delocalizzazione delle emissioni (ma con concentrazioni assai maggiori) fa solo ricadere il problema su altri, ma è ben lungi dal risolverlo. Quando poi qualcuno davvero intellettualmente onesto affronterà il problema dello smaltimento? E quando il costo del kW per la ricarica sarà quello reale? Per il povero automobilista non cambierà nulla, continuerà a essere spremuto per il mezzo di cui non può fare a meno ma sulla cui circolazione saranno posti orpelli e probizioni sempre più pesanti. Salvo poi stracciarsi  le vesti per la disoccupazione in crescita e il calo dei fatturati.

12 giugno 2018

Bocche chiuse sulla Supra



Il futuro dell'accoppiata BMW Z4-Toyota Supra è ancora fumoso. Se infatti la Casa bavarese ha ufficializzato l'inizio produzione per fine anno della roadster nello stabilimento austriaco di Graz della Magna Steyr, la joint partner jap non ha ancora fatto altrettanto. La logica produttiva vuole infatti che, avendo le due vetture la stessa scocca e (pare ormai certo) analoghi gruppi meccanici, siano verosimilmente prodotte nello stesso sito, ma i nippo tacciono ostinatamente e non c'è alcuna notizia che sia trapelata dalla presentazione della concept Gazoo racing a Ginevra. Aggiungo che Toyota non è nuova all'impiego di motori prodotti da altri costruttori, vedi la GT86 con il motore Subaru. Ma tornando in Germania, non ci sono ancora dati ufficiali sulla meccanica, anche se è certa l'adozione del 6 in linea turbo B58 da 3 litri in versione che potrebbe arrivare a 385 CV e l'ormai abituale trasmissione automatica ZF a 8 rapporti. Le foto spia ufficiali di BMW mostrano il ritorno alla soluzione roadster con tetto in tela, architettura che ridurrebbe il peso dando alla vettura maggiori prestazioni della precedente versione. La Z4 debutterà al salone di Parigi in autunno e per allora il velo sulle scelte di Toyota dovrebbe cadere.

Interessi incrociati



Il contratto che lega Lewis Hamilton al team Mercedes-AMG di F1 non è stringente nei particolari come altri del genere. Mi riferisco ai divieti relativi ad altri brand o a società non amiche, sui quali, evidentemente, i manager tedeschi sorvolano con olimpico distacco. E l'incipit del ragionamento nasce dal video che mostra come Lewis, recandosi al Nobu, ristorante di tendenza a Malibu, California, scenda da una esclusiva Ferrari LaFerrari Aperta. Curiosamente la vettura è poi imbarcata su una autocarro e se ne va da sola; quindi non è chiaro se anche questa sia sua (è già possessore di una Laferrari coupé), ma è indubbio che il pilota non possa ignorare l'effetto pubblicitario dei suoi giri per L.A. sulla esclusiva bianca Ferrari da quasi 1.000 cavalli. Di certo non è questa la politica del gruppo del marchio italiano, che ancora oggi impedisce l'ingresso in certi ambiti a chi non guidi le vetture prodotte in casa. Lezioni di stile oppure un giro subacqueo di interessi?

11 giugno 2018

Con i nuovi Michelin i 500 orari si avvicinano


La tabella delle massime velocità raggiungibili attualmente da un'auto annovera la Bugatti Chiron, 420 km/h (autolimitati), la Koenigsegg Agera, 447 km/h e la Hennessey Venom F5, che dovrebbe arrivare a 460. Quel che manca a questi gioielli per andare ancora più forte non è tanto la potenza quanto piuttosto la mancanza di spazi adatti a svilupparla e, soprattutto, di pneumatici che sopportino continuativamente sforzi così intensi. Anche quelli omologati oggi per le citate vetture consentono di arrivare alla velocità massima, ma non di mantenerla, cosa che peraltro sarebbe difficile sia per la citata mancanza di rettifili (vuoti) da aeroporto sia per il mostruoso consumo, che a quelle velocità implicherebbe  soste ogni 20 minuti (facendo parecchia strada però). Tutto questo sinora, perché Michelin sta sviluppando una copertura capace di raggiungere i 483 km/h che potrebbe essere fornita ai produttori di ipercar per stabilire nuovi record velocistici. Non è ancora chiaro se anche in  questo caso l'omologazione permetterà solo di raggiungere (assai probabile) oppure anche di mantenere il valore massimo; ne consegue però che forse i 400 fissi sarebbero alla portata. Mica male, no? Milano-Bologna in mezz'ora, almeno finché il Tutor è spento.