10 novembre 2016

L'auto Usa e il neoprotezionismo

L'elezione di Donald Trump a presidente è avvenuta con il sostanziale appoggio della Rust Belt, la fascia di classe operaia (come l'ha definita il neopresidente rispolverando un termine anni '70) che a seguito dei diversi accordi di globalizzazione ha visto la perdita di migliaia di posti di lavoro in Usa. Il settore automobilistico, in particolare, dal 2000 ha avuto una riduzione di 50.000 posizioni a favore di stati in cui il costo della mano d'opera è più basso, una delocalizzazione attuata grazie al NAFTA (North American Free Trade Agreement), il trattato che lega tutta la parte nord del continente, dal Canada al Messico, ma che data la contingente convenienza del Paese più a sud finisce per concentrare proprio là le unità produttive principali e collaterali. Come ha più volte dichiarato in campagna, è quindi probabile che Trump cancelli il NAFTA per sostituirlo con un più snello accordo bilaterale con il Canada, tagliando fuori il Messico per riportare in patria i posti di lavoro perduti. Una posizione radicale ma in  linea con le tendenze del tycoon, che si fa forte nella contesa del sostegno delle organizzazioni sindacali canadesi, che condividono con quelle Usa la lotta per evitare ulteriori perdite di posti di lavoro. Una notizia tutt'altro che piacevole per le Case automobilistiche (e soprattutto per quelle europee), in particolare per il gruppo VW, che in Messico ha importanti unità produttive. Inoltre i vertici VW temono una rinegoziazione al rialzo delle penali per il Dieselgate, eventualità tutt'altro che improbabile visto il protezionismo annunciato da Trump. Insomma si annunciano tempi duri per le auto d'importazione, che potrebbero anche dover sottostare a dazi particolari per agevolare le concorrenti a stelle e strisce. Anche se sinceramente dubito le Case locali siano in grado di sostenere il confronto con quelle europee in termini di tecnologia. Ma per i truck che tanto piacciono agli yankee anche i motori d'antan vanno bene, no?

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