6 aprile 2017

Tesla cresce, Alfa langue


Il successo dei marchi dipende dalle politiche di supporto e dalla lungimiranza di chi le guida. Questo è ciò che si deduce dalla notizia Reuters che, raggiungendo un valore di borsa di 49 miliardi di dollari, Tesla sia ormai la seconda Casa costruttrice Usa. Una valutazione di stampo finanziario, certo, ma che fa riscontro al successo di vendite del primo trimestre, dove il marchio ha piazzato 25.000 auto sul mercato. Senza dubbio poche in rapporto, per esempio, alle 150.000 Ford vendute nel solo mese di marzo. Ma il fatto è che le Tesla sono hard to sell: sono costose, difficili (data la penuria di centraline pure in America) e lunghe da ricaricare, con un valore di rivendita del tutto aleatorio. Quindi il fatto che l'azienda di Musk ne abbia collocate 25.000 dà il polso di un'azienda visionaria, che ha un piano per il futuro e che con la imminente Model 3 con ogni probabilità farà il botto anche dal punto di vista commerciale.
Stride dunque il paragone con Alfa Romeo, il più prestigioso marchio di FCA, ridotta a rincorrere obiettivi puramente teorici. Teorici come il successo di vendite della Giulia, il cui stock di invenduto nei piazzali di Cassino ha raggiunto a inizio anno le 15.000 unità a fronte di una produzione 2016 di 25.000. A poco è servito il puntare del marketing sulle flotte; gennaio sono state meno di 2.000 le Giulia vendute in tutta Europa, segno che ormai l'apprezzamento acritico di di un marchio è storia del passato, mentre il presente confronta, valuta e tira linee di convenienza e affidabilità. Questione di manico dunque? Probabilmente sì, perché rilanci e riqualificazioni richiedono si imbocchi un lungo percorso, che deve miscelare l'orgoglio del brand all'umiltà che deriva dall'essere consci di come la scarsa qualità dei prodotti passati abbia ridotto l'appetibilità di quelli attuali.

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